"L'Hotel Continentale è l'ultimo albergo rimasto in Via San Nicolò.

Il decoroso edificio situato al n.25 (tavolare 705) di Via S. Nicolò, risulta costruito negli anni tra il 1875 ed il 1880, su progetto dell'architetto Giovanni Righetti, al posto di un vecchio stabile di proprietà di famiglie israelitiche, delle quali ultima pare sia stata quella dei Guetta. In merito alla sua destinazione ad albergo, già nel 1905 al pianterreno esisteva il ristorante Berger di cui era proprietario o gerente Luigi Toniatto (scritto Toniato) che in seguito aprì l'albergo a proprio nome. Tale denominazione venne mantenuta fino alla prima guerra mondiale (o poco prima); da allora assunse quello di Continentale, mentre il ristorante venne gestito da Carlo Zanon, pare fino al termine dell'ultima guerra. L'edificio che fa angolo tra le vie S. Nicolò e S. Spiridione (in pieno centro cittadino) è alto quattro piani dei quali solo il secondo è dotato di poggioli, due per lato: è, inoltre, provvisto di ampie finestre agli angoli. Quelle a bifora si aprono sui balconi e sono sormontate da pregevoli medaglioni che contengono delle graziose figure ritratte di profilo a mezzo busto."

Dal libro: L'antica via San Nicolò, Pietro Covre, Il Ramo d'Oro Editore


A spasso per vicoli e piazzette, lungo gradinate a picco sul mare, bighellonando nella bora che spezza il fiato e pulisce l’aria. Un puzzle di una Trieste ricolma di storia, curiosità, contraddizioni ed ironica tenerezza. C’era una volta la Trieste di Joyce, Svevo e Saba…

JOYCE A TRIESTE. “La mia anima è a Trieste”. Così scrive James Joyce. Nato a Dublino nel 1882, arriva, per la prima volta, alla Stazione Ferroviaria triestina, con la sua compagna Nora, nel 1904. La città si rivela presto un luogo notevole della sua vita. È qui che matura e cresce come autore. Insegna lingua inglese. Dapprima alla Berlitz School dove conosce Italo Svevo che diventa suo amico. E, negli ultimi anni di permanenza in città, alla Scuola Revoltella, grazie all’interessamento dello stesso Svevo. Collabora poi con il giornale triestino, Il Piccolo. Frequenta vie, teatri, cinema e soprattutto Caffè letterari e Pasticcerie in cui perfeziona pensieri che si fanno pagine divenute poi famose. Trieste gli è riconoscente e dedica allo scrittore una statua e pure un Museo

SVEVO A TRIESTE. A Trieste, in una famiglia borghese ebraica nasce, nel 1861, Aron Hector Schmitz, noto ai più come Italo Svevo. Dopo aver frequentato la Scuola Superiore di Commercio Revoltella, per quasi un ventennio il suo lavoro è nella filiale triestina della Banca Union di matrice viennese. Ma la sua vera passione è la letteratura che lo guida spesso verso altri luoghi della città, quali i circoli artistici, le biblioteche, i Caffè letterari e le redazioni di giornali locali. Tale amore per la narrativa lo nutre e coltiva con costanza fino a che non arriva a ricoprire un ruolo considerevole nell’azienda di vernici speciali Veneziani, di proprietà della famiglia omonima di sua moglie Livia. Questo incarico lo porta a viaggiare di frequente anche all’estero e sente l’esigenza di migliorare il suo livello di conoscenza della lingua inglese. Così, si iscrive alla Berlitz School e incontra Joyce che qui vi insegna. Sono i primi anni del ‘900. L’autore irlandese instilla in Svevo una forte dose di fiducia riguardo alle sue capacità di scrivere testi, fiducia che, negli anni, era venuta dissolvendosi, per via anche dell’iniziale insuccesso dei primi due romanzi: Una vita (1892) e Senilità (1898). Molto probabilmente, La coscienza di Zeno, il suo capolavoro, è figlio anche di questa ritrovata fiducia. Come pure della scoperta della psicoanalisi freudiana. Muore nel 1928, ormai riconosciuto, dalla critica e dal pubblico, per il valore della sua opera, Trieste lo ricorda con una Statua e anche con un Museo

SABA A TRIESTE. Umberto Saba nasce nel 1883, nel ghetto ebraico di Trieste. Trieste e la sua gente, la nevrosi, il popolo, la cultura e le tradizioni ebraiche, il dolore, l’adolescenza, l'amore e la poesia sono gli argomenti che senza sosta approfondisce e che tipicizzano la sua lirica scaturita poi nel suo Canzoniere. Nei primissimi anni di vita, Saba viene affidato alle cure di una balia slovena di origine cattolica. In seguito, essendo solo, sin dalla nascita, con la sua mamma, tutti e due vanno a vivere con la zia Regina, che gli lascia una cospicua eredità tanto da permettersi degli studi a Pisa e di vivere di rendita fino agli anni ’20 circa. Nel 1919, va a lavorare al Cinema - Teatro Italia, gestito dal fratello di sua moglie Carolina Wolfler, sposata nel 1909. Per poi aprire la sua Libreria Antiquaria che sarà la sua occupazione, assieme alla scrittura, per tutta la sua vita adulta e senile. Un luogo che frequenta quotidianamente è il Caffè - Latteria da Walter, sito di fronte alla libreria. Un altro, il Caffè Tommaseo che cita nei suoi scritti con il suo nome di allora, ovvero il Caffè dei Negozianti. Già dai tempi universitari manifesta i primi sintomi di una nevrastenia che lo accompagna per tutta la vita. Nel 1921 esce la prima versione del suo Canzoniere, ossia la raccolta di tutta la sua produzione poetica che continuerà a lavorare e modificare lungo tutto il corso della sua esistenza. Alla Biblioteca Civica di Trieste è conservato il primo manoscritto, detto Canzoniere del 1919.

Il Poeta e l'amante

Il soggiorno di Giosuè Carducci all'Hotel Continentale

"In via San Nicolò sorge l'Hotel Continentale, un tempo denominato "Al Buon Pastore". Nel 1878 non era l'elegante albergo di oggi, ma per una "coppia clandestina" andava più che bene. La coppia in questione era formata da Giosuè Carducci e della sua musa ispiratrice "Lina" (al secolo Carolina Cristofori in Piva, madre di tre figli e moglie di un funzionario statale di Rovigo).


I due amanti avevano organizzato il furtivo viaggio a Trieste il 7 luglio del 1878 - dopo un fitto, segreto scambio di lettere - e viaggiavano naturalmente in incognito strettissimo. Ma il giorno dopo il loro arrivo vennero "scoperti" da un giornalista dell'"Indipendente" e la notizia della presenza in città del grande poeta si sparse in un baleno.

Accompagnati da Attilio Hortis e Giuseppe Caprin, la coppia visitò la città, il castello di Miramare, San Giusto ed il cenotafio del Winkelmann sempre seguiti ed applauditi da una folla festante e chiassosa, così addio alla privacy! Il giorno successivo visitarono Capodistria sempre accompagnati dai due "Virgili" e sempre circondati dalla solita folla festosa e curiosa. Partirono da Trieste il giorno 11 fra un coro gioioso di arrivederci ma Giosuè Carducci, evidentemente, non gradì e non ritornò mai più a Trieste."

Dal libro: Trieste Nascosta, Halupca e Veronese, Lint Editore

Da Birreria a Grand Hotel

L'intuizione del Sig. Toniato

"Birreria Berger (o Bierhalle). Già nominata nel 1880 con sede in via S. Nicolò n. 17 (angolo via S. Spiridione). Questo famoso locale in quell'anno era gestito dalla vedova Maria Koller. Nel 1908 sotto l'insegna di Grand Restaurant Berger, la birreria prosperava sotto la direzione dell'albergatore Luigi Toniato. Ebbe grande rinomanza e prestigio fino alla prima guerra mondiale.

P.C.
L'albergo Continentale iniziò la sua attività come Hotel Toniato al n.25 della via S. Nicolò nell'anno 1909 e 1910, al posto della Birreria Berger, allora diretta dallo stesso Toniato. Dopo quest'ultima data assunse la nuova denominazione di Continentale. L'edificio che lo ospita è un bel palazzo costruito nel 1875 su progetto dell'architetto Righetti. In una pubblicità del primo dopoguerra l'albergo appare come fondato nel 1875, ma probabilmente questa data si riferisce al solo ristorante. L'albergo è tuttora in piena attività e rappresenta un notevole punto di riferimento per tutta la via S. Nicolò. P.C. (Collez. P. Covre)

Tre tipici “Ober”, camerieri del buon tempo antico, in atteggiamento di annotare le ordinazioni della clientela. Indossano la marsina d'obbligo, con le code, lo sparato bianco con la farfallina nera di seta, il panciotto abbottonato basso. Erano i “capi camerieri”, provvisti di enormi portafogli “a folò” per gli incassi, che dirigevano con un cenno o con un moto del capo una schiera di giovani apprendisti, pronti e premurosi, i quali si muovevano rapidi, in silenzio, prendendo nota di quanto dicevano i clienti ma riferendo al “superiore” senza mai prendere affrettate iniziative. Di solito i camerieri dei grandi ristoranti triestini parlavano il tedesco, molti l'ungherese, quasi tutti si destreggiavano bene con il francese e persino con l'inglese. Perché s'erano fatti la professione a bordo delle navi della marineria triestina. A.S (Collez. F. Castello)"

Dal libro: Due Secoli di esercizi pubblici a Trieste - Le Insegne dell'Ospitalità, Lint Editore


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